Ticino 7 Virginia Pietrogiovanna

Ven, 12/11/2004 - 00:00

II dialetto diventa puro suono, melisma, e le parole, pur riconoscibilissime, si stemperano in un gioco di voce che un po' estrania, a volte diverte e sempre incanta. Succede nei testi e nelle musiche di Lucia Albertoni, cantante e musicista bellinzonese, da anni residente a Ginevra.

Nel suo ultimo affascinante album, "Canzoni di vento", sedici brani, in dialetto e in italiano, sorprendono l'ascoltatore soprattutto per l'uso insolito che Lucia Albertoni fa della voce. Cambiamenti improvvisi di impostazione, di registro, abbellimenti impeccabili (come i ritocchi in «Amore speziato», tredicesima traccia - tra l'altro girata sovente sulle onde di Rete Uno - dove le parole paiono scoppiettare in bocca, o vibrano, piene, ora in gola ora in maschera... un divertimento vocale che ricorda a tratti il modo di cantare di Mina).

Ma non solo la voce splendida di Lucia Albertoni colpisce in questo disco. I testi. A volte riconducibili alla tradizione ticinese (il brano d'apertura «Prima ninna nanna» è un gioiello che brilla di luce propria), a tratti invece surreali («Tre B»), è soprattutto quando parlano d'amore che maggiormente colpiscono. Lontano anni luce da tutto cie che è trito e logoro, l'amore nei testi di Lucia Albertoni si fa attenzione per i più piccoli dettagli e passa attraverso immagini di una leggerezza impalpabile.

Un esempio e rappresentato da «Marta», un brano in dialetto, che recita fra le molte intraducibili bellezze: «Marta, fiurelin sperlüsento da carta». Basta immaginarlo allora, il piccolo fiore di carta, per cogliere l'amore delicato di queste parole. "Canzoni di vento" non passa inosservato, anche - anzi, soprattutto - dopo il primo ascolto. Ma la presenza di brani di dialetto non deve trarre in inganno. Non si tratta di un disco d'intrattenimento, è complesso e denso, e, al pari di un ottimo vino, va assaporato lentamente.